Sportivo, Sperimentale, Promozionale le parole che nascondono l’assenza di idee nello Sport e nella Scuola.

Non manca solo la memoria di quanto già fatto, ma addirittura l’esperienza per non ripetere sempre le stesse “cose di pessimo gusto”. -Parte prima-

Il dibattito di questi giorni, a cominciare dalla riproposta questione della “politica fuori dallo sport”, ripropone l’uso di parole chiave che hanno soprattutto il pregio di mascherare una poderosa incapacità di programmazione sia per il lungo sia per il medio o breve periodo.
Va detto, a onor del vero, che dopo i primi titoli sparati contro la possibile intromissione dei partiti nella gestione Coni sono comparse molte, e notevoli, analisi nelle quali non solo si trovano molteplici paragoni con gli altri Stati Europei, ma si inizia anche la discussione in ordine alle modalità di spesa delle nostre organizzazioni sportive.
Contemporaneamente non sono mancati gli interventi utili a ricordare come la memoria di un movimento di massa gigantesco, come quello sportivo nazionale, non possa essere limitata solo a ricordare le medaglie o gli insuccessi ma anche, e soprattutto, debba essere utilizzata per non commettere costantemente gli stessi errori.
Indubbiamente la memoria storica del Coni e delle Federazioni è molto più ampia rispetto a quella della Scuola; ed è anche normale, visto che lo sport studentesco ha goduto di vera autonomia per brevi periodi.La parola magica “sportivo e/o sperimentale”.
Oggi qualunque richiamo, di seguito porteremo alcuni esempi, allo sport diventa quasi un passe-partout innovativo, estremamente interessante nonché indice di grande modernità.
Per una Nazione che poco meno di vent’anni fa ridava valore al voto nell’Educazione Fisica, riammettendola gli esami di maturità, sembra un salto epocale.
In realtà i due termini sono utili soprattutto per evitare qualsiasi analisi su quanto è stato svolto, in tempi lontani o anche molto vicini.
Certamente pochi ricordano che nella scuola media si sono avute anche “scuole sperimentali per decreto” nelle quali si potevano proporre programmi diversi a volte efficaci, a volte molto meno, derogando dai programmi ministeriali.
Abbiamo anche conosciuto una scuola nella quale la sperimentazione per l’educazione fisica consisteva nella lettura comune della Gazzetta dello sport.
Indipendentemente dal lavoro degli insegnanti ciò che resta è, di una sperimentazione durato una decina d’anni, il nulla assoluto.
Nessuno infatti, tra il ‘75 e l’85 diffuse i dati sul valore o sulle criticità della sperimentazione.
Quando una Legge dello Stato, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale stabilì l’illegittimità delle graduatorie maschili e femminili nell’educazione fisica, materia che si svolgeva per squadre dello stesso sesso e non per classi, per ovviare alle proteste, peraltro abbastanza ridotte, venne inventata la “sperimentazione per squadre” unisex.
Chiaramente fu un modo pilatesco di risolvere il problema.
Altrettanto sperimentale è stato l’inserimento di un docente di educazione fisica precario nelle scuole elementari in compresenza con il maestro, quello più volte citato anche sul nostro Sito che ha istituzionalizzato il precariato degli insegnanti per € 15 l’ora.
Sperimentare quanto previsto dalla “legge Casati” nel 1859 e meglio codificata da De Sanctis nel 1878, è un po’ come chiedere agli studenti di oggi di sperimentare la forza di gravità.
L’ultimissima sperimentazione è reperibile nel Progetto tecnico relativo ai Campionati Studenteschi 2018-2019.
È certamente una perla preziosa che verrà ricordata (sic!) negli Annali della Pubblica Istruzione.
Testualmente si recita nel capitoletto che riguarda le categorie della scuola media, ragazzi cadetti che esiste anche:
Categoria unica sperimentale: nati negli anni 2005 – 2006 – 2007 (2008 nei casi di studenti in anticipo scolastico) per le seguenti discipline: badminton, danza sportiva, ginnastica, nuoto, sci alpino, sci nordico, snowboard, tennis, tennistavolo e vela.”
L’idea stessa di sperimentare la competizione tra un bambino di 10 anni e uno di 13 è certamente da testare; se il più giovane vince alla grande lo iberniamo fino alle prossime Olimpiadi; se non è medaglia è almeno da finale.
Se invece andiamo ad analizzare le singole discipline vediamo che si tratta di squadre ridottissime numericamente o addirittura di studenti individualisti.
Non può reggere nemmeno quindi l’idea di tutelare le scuole più piccole perché una squadra da due o tre atleti non è esattamente numerosa.
Da un punto di vista numerico sarebbe stato comprensibile l’allargamento a quelle disciplin discipline che obbligano ad una partecipazione numerosa quali il calcio, pallamano, la pallacanestro (se cinque contro cinque N.d.R.), ma in queste categorie, giustamente, la divisione per età resta quella storica.
Sancito quindi che la sperimentazione non è tale, è altrettanto sorprendente, ecco perché ancora una volta abbiamo ricordato la memoria che si perde, che le categorie, almeno fino alle fasi Provinciali sono sempre state libere ed ogni Commissione locale poteva stabilire liberamente come garantire la partecipazione al maggior numero di studenti possibile.
Dopo la metà degli anni 90 vennero divise quasi tutti gli sport con le categorie ragazzi e cadetti, ma ancora nel 2005, la categoria tornò unica con l’esclusione dell’Atletica leggera e dell’Orienteering.
Successivamente ancora ulteriori modifiche per arrivare, come appena citato, alla sperimentazione da ridere.
La conclusione dell’argomento appena su esposto è tragicamente semplice: la completa mancanza di studio, sia al centro sia in periferia, garantisce e certifica che l’analisi sulle necessità degli studenti sia tendente a zero.
Tradotto in soldoni significa che a fronte di qualche proposta federale l’apparato organizzativo ministeriale nella sua interezza non ha saputo nemmeno ricordarsi che la questione delle categorie non può che essere risolta dagli insegnanti nelle Conferenze di Servizio pena lo scadimento nel ridicolo.
Tanto per dare a Cesare quel che è di Cesare va comunque ricordato che anche le questioni relative le categorie erano realmente dibattute, nello scorso millennio, ma il privilegio dell’ultima parola restava all’Ispettorato di Educazione Fisica che, con una certa precisione, sondava i propri collaboratori esterni.
La questione quindi non è relativa, o non solo, alle differenza di età degli studenti, ma, ben più grave, connessa all’incapacità di misurarsi con le esperienze sportivo-scolastiche anche recenti.
In attesa quindi di conoscere quanti milioni di studenti, dalla prima alla terza, parteciperanno al badminton o alla ginnastica o alla vela, confidiamo di leggere le cifre sull’ormai notissimo Portale che non ci fa sapere nemmeno quanti sono gli studenti che hanno finito di gareggiare nell’anno scolastico, terminato nel giugno 2018.
Per la verità visto che anche Pompei era stata completamente dimenticata, e riportata alla luce dopo secoli, possiamo non meravigliarci che si dimentichino le circolari sui Campionati Studenteschi.
Nel frattempo anche solo per la campestre in molte province l’organizzazione procede, come sempre, con le forme più disparate di gara: dalle staffette, ai circuiti ridotti, alle gare miste a dimostrazione che qua e là per l’Italia un po’ di memoria c’è ancora.
E certamente, se per la riforma del Coni il dibattito dovrà investire tutte le componenti e le proprie periferie, per lo sport scolastico ogni docente è in dovere di intervenire pena l’ulteriore decadimento del settore.
Finiamo qui la prima parte e nei prossimi giorni analizzeremo come funziona “sportivo” e “promozionale”.

Alla prossima Silvano

Ceterum censeo Comunatio Ludica Scholastica instituenda est. (SilLuc. MMXVIII)